Di Don Minzoni si disse subito, all’indomani del suo omicidio, che era un martire ed un educatore.
Tuttavia, don Giovanni non ha scritto testi di pedagogia. Ha amato e servito i suoi giovani, sia argentani che militari, e per loro si è speso. Ha avuto a cuore la loro formazione e le opere costruite o rivitalizzate ad Argenta ne sono la testimonianza.
Il suo martirio lo decretarono soggetti che trovarono la sua opera di parroco interferente e incompatibile con un disegno politico di egemonia educativa nei confronti della gioventù, quale poi sarebbe stata realizzata dal nascente partito fascista. Don Minzoni, che educava alla libertà di azione e di pensiero, e alla partecipazione democratica nel quadro dei valori cristiani, sembrava “dare fastidio”. Meglio dunque eliminarlo, o almeno ridurlo al silenzio, cosa che avvenne la sera del 23 agosto del 1923.
L’agguato segnò la fine della vita e dell’attività di don Minzoni ma, come altre volte accaduto col sangue dei martiri, l’assassinio segnò anche l’inizio di un movimento che ne raccolse e custodì il pensiero e l’opera. La morte violenta ne determinò una visibilità sociale ed una impronta storica, conferì ad un giovane parroco di provincia una carisma, e rese possibile che, all’indomani della caduta del fascismo, ci fossero uomini e donne che a lui e alle altre intuizioni ispirarono la loro azione politica e sociale.