Nr. 7/2018
Studi e Ricerche
LA REDAZIONE
Editoriale
GILBERTO ZAPPITELLO
Il multiculturalismo fra luci e ombre
DAVIDE BRIGHI
La « universificazione » come via al pluralismo antropologico. Saggio sulle visioni dell’uomo nel contesto post-moderno
MARCELLO PALAZZI
Popoli in cammino: dall’accoglienza all’integrazione.
Il contributo del magistero della Chiesa Cattolica e della pastorale conseguente
Vita dell’Istituto
FEDERICO EMALDI
Perdono o memoria?
ROSINO GABBIADINI
«Parlo a voi, giovani, specialmente: mi ascoltate?» Papa Paolo VI in dialogo con i giovani
GILBERTO BORGHI
Piccolo nuovo catechismo sul peccato
EMANUELA PENNI
La basilica di San Marco a Venezia: inno all’unità tra Oriente ed Occidente
RUGGERO BENERICETTI
L’epitaffio dell’Arcivescovo di Ravenna Agnello
GRAZIA PAPOLA
«Poi il Signore piantò un giardino …perché l’uomo lo coltivasse e lo custodisse»
Il giardino biblico tra incanto e responsabilità
PIETRO MAGANINI – ALBERTO MACCAFERRI
L’aramaico della Giudea in Onkelos e Jonathan
Percorsi Interdiocesani di Arte e Fede
ANDREA VINCENTI
Le fondamenta della chiesa.
La storia della salvezza nelle formelle della cancellata della parrocchia “S. Pier Damiano” in Ravenna
MARIAGRAZIA BERLINI
Natività di Maria in Ronta: la Pieve, il dipinto e là devozione a Maria
SERENATO MASI
Santa Maria in Aula Regia: la Madonna del Popolo in Comacchio
MICHELA DAL BORGO
Una visita narrata al museo
PIERO CAPPELLI
La Cappella del Battistero nella Cattedrale di Faenza
Recensioni
Davide Brighi
Mario Trombino
Alessandro Russo
Carlo Sartoni
Nel Messaggio per la Giornata della Pace del 2001, san Giovanni Paolo II invitò tutti a “riflettere sul dialogo tra le differenti cul- ture e tradizioni dei popoli” considerato “la via necessaria per l’edifi- cazione di un mondo riconciliato, capace di guardare con serenità al proprio futuro, … decisivo per le prospettivè della pace” (GMP 2001, n. 3). Del resto aggiunse: “Si resta sempre meravigliati di fronte alle manifestazioni complesse e variegate delle culture umane”, ciascuna delle quali “si diversifica dall’altra per lo specifico itinerario storico che la distingue, e per i conseguenti tratti caratteristici che la rendono unica, originale e organica nella propria struttura . . . . Questa ‘tipicità’ di ciascuna cultura si riflette … nelle persone che ne sono portatrici” (GMP 2001, nn. 4-5). In effetti non esistono culture in astratto ma incarnate nelle persone, e dato che la cultura è espressione “dell’uo- mo e della sua vicenda storica, sia a livello individuale che collettivo” (GMP 2001, n. 5), non è qualcosa di fisso ma soggetta a modifiche, grazie alle esperienze vissute segnate da una “costante dialettica tra la forza dei condizionamenti e il dinamismo della libertà” (GMP 2001, n. 5). Essa dunque si plasma “attraverso la famiglia e i gruppi umani con i quali [la persona] entra in relazione, attraverso i percorsi educa- tivi e le più diverse influenze ambientali, attraverso la stessa relazione fondamentale che ha con il territorio in cui vive” (GMP 2001, n. 5). Tale processo però, mentre procede spontaneamente nella terra na- tia, non è altrettanto immediato nella società d’emigrazione. Da un lato è importante saper apprezzare i valori della propria cultura, ma dall’altro occorre essere consapevoli che “ogni cultura, essendo un prodotto tipicamente umano e storicamente condizionato, implica necessariamente anche dei limiti” (GMP 2001, n. 7), per cui non biso- gna chiudersi agli altri, bensì conoscere serenamente, senza pregiudizi negativi, le loro culture. Del resto, esse “mostrano molto spesso, al di sotto delle loro modulazioni più esterne, significativi elementi co- muni” (GMP 2001, n. 7). Come per la persona umana, che si realizza attraverso l’accoglienza dell’altro e il dono generoso di sé, anche le culture “vanno modellate coi dinamismi tipici del dialogo e della co- munione, sulla base dell’originaria e fondamentale unità della famiglia umana” (GMP 2001, n. 10) e la basilare uguaglianza di tutti gli esseri umani e popoli, dotati di dignità, con relativi diritti e doveri. Nel dia- logo si salvaguardano le culture sia nelle loro peculiarità che nella loro reciproca comprensione e comunione (cfr. GMP 2001, n. 10). Avviene così un arricchimento reciproco e la società si trasforma in un mosai- co, dove ogni cultura ha il suo posto nel comporre un’unica figura, sempre più bella nella molteplicità delle culture, secondo il primor- diale disegno d’unità del genere umano (cfr. GMP 2001, n. 7). Questo esige che “l’umanità tutta, al di sopra delle sue divisioni etniche, na- zionali, culturali, religiose, formi una comunità senza discriminazioni fra i popoli, e che tenda alla solidarietà reciproca” e “le diversità dei membri della famiglia umana siano messe al servizio di un rafforza- mento della stessa unità, anziché costituire un motivo di divisione”. Bisogna comunque tenere saldi, ovunque, alcuni punti fermi. Eccoli:
1. Il dialogo fra persone di culture diverse si faccia “in un contesto di pluralismo che vada oltre la semplice tolleranza e giunga alla sim- patia”, in un atmosfera “di autentica comprensione e benevolenza”.
2. Bisogna “coniugare l’accoglienza che si deve a tutti gli esseri umani, specie se indigenti, con la valutazione delle condizioni indi- spensabili per una vita dignitosa e pacifica per gli abitanti originari e per quelli sopraggiunti” (GMP 2001, n. 13 ).
3. Vanno dunque rispettate e accolte le istanze culturali di cui gli immigrati sono portatori, a condizione che “non si pongono in antitesi ai valori etici universali, insiti nella legge naturale, ed ai diritti uma- ni fondamentali” (GMP 2001, n. 13). Infatti “l’apertura alle diverse identità culturali … non significa accettarle tutte indiscriminatamen- te” pur rispettandole – perché inerenti alle persone – ed eventualmente apprezzandole nella loro diversità (cfr. EMCC 30).
4. Per quanto riguarda le specifiche espressioni culturali degli im- migrati “che non facilmente si compongano con i costumi della mag- gioranza dei cittadini”, oçcorre avere.”una cultura dell’accoglienza che, senza cedere all’indifferentismo ci ca i valori, sappia mettere in- sieme le ragioni dell’identità e quelle del dialogo”. È cioè necessario “garantire a un determinato territorio un certo ‘equilibrio culturale’, in rapporto alla cultura che lo ha prevalentemente segnato … che, pur nell’apertura alle minoranze e nel rispetto dei loro diritti fondamenta- li, consenta la permanenza e lo sviluppo di un determinata ‘fisionomia culturale’, ossia quel patrimonio fondamentale di lingua, tradizioni
e valori che si legano generalmente all’esperienza della nazione e al senso della ‘patria”‘ (GMP 2001, n. 14).
5. “Nella prospettiva poi del dialogo tra le culture, non si può im- pedire all’uno di proporre ali’altro i valori in cui crede, purché ciò av- venga in modo rispettoso della libertà e della coscienza delle persone” (GMP 2001, n. 15).
6. È perciò “assai importante he lo Stato àssicuri e promuova ef- ficacemente la tutela della libertà religiosa in particolar modo quan- do, accanto ad una forte maggioranza di credenti di una determinata religione, ci sono uno o più gruppi minoritari aderenti ad un’altra confessione” (GMP 1989, n.8). E qui potrebbe emergere la questione della reciprocità.
Nel suo primo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, Benedetto XVI affermava: “Tutti gli uomini appartengono ad un’u- nica e medesima famiglia. … Occorre ricuperare la consapevolezza di essere accomunati da uno stesso destino, in ultima istanza trascen- dente, per poter valorizzare al meglio le proprie differenze storiche e culturali, senza contrapporsi ma coordinandosi con gli appartenenti alle altre culture … La pace appare allora … non come semplice assenza di guerra, ma come convivenza dei singoli cittadini in una società governata dalla giustizia, nella quale si realizza in quanto possibile il bene anche per ognuno di loro”.
Si può dire dunque che “la pluralità è ricchezza e il dialogo è già realizzazione, anche se imperfetta e in continua evoluzione, di quell’u- nità definitiva a cui l’umanità aspira ed è chiamata” (EMCC 30).
La Redazione